La Cooperativa Sociale Germoglio ricorda la Shoah, “per non dimenticare” le sofferenze patite dal popolo ebraico e altre minoranze etniche durante la seconda guerra mondiale.

Un pensiero particolare va alle sofferenze inflitte ai disabili perpetrate in un vero e proprio sterminio iniziato a pochi mesi dalla presa di potere di Hitler nel 1933. Il tutto iniziò con i bambini per poi proseguire con lo sterminio degli adulti disabili: il famigerato progetto T4.

Alla base del progetto vi era un criterio selettivo di ordine economico, l’eutanasia degli adulti disabili avrebbe fatto risparmiare all’erario tedesco 900 milioni di marchi.

La Shoah è stato un evento di per se eccezionale, ma non unico nel secolo scorso, un evento che esprime fin dalla sua radice lo sviluppo dell’odio razziale, elemento centrale nel novecento.

È stata cancellata la Democrazia nei suoi principi base e questo ci impone di ricordare perché il fuoco che alimenta la Democrazia ha bisogno di ricordare, ha bisogno di memoria storica, perché senza memoria si perde la civiltà.

Oggi si sente ancora forte questa necessità, ce n’è bisogno un po’ in tutto il mondo e di sicuro qualcosa necessita anche al nostro paese. Non possiamo dimenticare il forte odio razziale che si è sviluppato durante il ventennio culminato con l’emanazione delle leggi razziali che furono un insieme di provvedimenti legislativi e amministrativi, leggi, circolari, ordinanze, applicati in Italia a cominciare dal 1938 fino alla fine della guerra, inizialmente dal regime fascista e poi anche dalla Repubblica Sociale italiana.

Parlando di memoria la nostra riflessione va subito all’Olocausto, solitamente identificato  come un evento storico che ha investito in pieno un popolo e il suo destino, ma che in realtà ha coinvolto in maniera sostanziale anche chi non era ebreo, allargando persecuzioni e stermini a tutte le minoranze etniche e culturali del contesto storico citato.

Ecco perché il ricordo nella sua interezza va a Tutti.

La Shoah è il fatto centrale del novecento, ma non possiamo relegarla sui libri di storia come un semplice sterminio, uno dei tanti che la storia del secolo scorso ci ha imposto. Sono da considerare i fattori culturali che hanno causato tutto questo, l’evolversi delle posizioni e il perché tanta gente vi abbia aderito senza porre la questione su un piano morale ed etico.

Ripeto: l’eccezionalità dell’evento negativo ci impone, anzi ci obbliga, a soffermarci e a Ricordare.

Tuttavia tornando al secolo passato intendo dedicare un pensiero a tutto ciò che è capitato oltre alla Shoah, perché nonostante sia successo per la maggior parte in anni recenti la sua memoria rimane ai margini dei nostri ricordi.

Desidero elencare (sicuramente qualcosa tralascerò per mia scarsa conoscenza) quelle che sono state nel secolo scorso le più forti dimostrazioni di odio razziale, che ritengo essere necessariamente ricordi obbligati per ciascuno di noi, per non ripetere gli stessi errori.

È accaduto prima della Shoah con il popolo Armeno, è successo dopo in Uganda, in Zaire-Congo, in Cambogia, nei Gulag Sovietici, in Cina, in Cile, in Argentina, le Foibe e infine nella vicina ex Jugoslavia; capita oggi nel mare tra la Libia e le nostre coste dove si sta consumando una terribile manifestazione di perdita di civiltà, di razzismo.

Ricordo brevemente che negli ultimi 15 anni sono morti nel Mediterraneo oltre 30 mila migranti, la maggior parte di loro resta ancora senza nome.

Oggi 2019 si sta perpetrando un genocidio, ad opera di gruppi militari, nei confronti dei Rohingya, una minoranza etnica musulmana della Birmania dove la stragrande maggioranza della popolazione è Buddista. L’intervento di papa Francesco non ha fermato la mano omicida e continuano le decapitazioni in particolare di bambini. L’ONU si è espresso definendo genocidio quanto sta accadendo in Birmania.

Anche alcuni fatti recenti accaduti in Italia lo dimostrano, a cominciare dalla più lontana nel tempo: dai colpi di fucile contro gli immigrati di colore nella piana di Rosarno, fino ai più recenti fatti di Macerata o l’africano della tendopoli di San Ferdinando ucciso in Calabria a fucilate per un pezzo di lamiera.

Noi non conosciamo varie forme di razzismo, velature o risvolti diversi, il razzismo è razzismo e basta e questo lo è.

Quest’anno però intendo ricordare quanto è successo nella nostra indifferenza a pochi passi da casa nostra. Il massacro di Srebrenica è stato un genocidio di oltre 8000 musulmani bosniaci per la maggioranza uomini, avvenuto nel 1995 in città e nei dintorni di Srebrenica. Perché cito questo massacro? Perché è capitato alla fine del secolo scorso ed è la dimostrazione più palese che serve ricordare la Shoah proprio per non ripetere gli stessi orrori, altrimenti l’odio razziale fa perdere tutte quelle conquiste che la cultura-e la democrazia a fatica, mattone dopo mattone, hanno costruito.

Brevemente il fatto storico per rinfrescare quello che sicuramente conoscete già.

La zona di cui stiamo parlando era protetta da un comando militare olandese. Il responsabile militare ONU della zona un generale Francese. Nel Luglio 1995 tutta la zona “protetta” di Srebrenica, compreso il territorio circostante la città, vengono attaccati dalle truppe dell’esercito della repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina. L’offensiva dura alcuni giorni finché l’11 luglio l’esercito della repubblica di Bosnia Erzergovina entra incontrastato nella città di Srebrenica. Subito i maschi dai 12 ai 77 anni vengono separati da vecchi, donne e bambini, ufficialmente per essere interrogati. In realtà vengono massacrati e disposti in fosse comuni: si tratta di oltre 8000 morti. Il responsabile di tanto odio razziale fu il generale Ratko Mliadic e per la parte politica Radovan Karadzic. La sentenza del tribunale internazionale per l’ex jugoslavia ha stabilito che il massacro è stato eseguito con lo specifico intento di distruggere il gruppo etnico dei bosniaci e pertanto da considerarsi un genocidio.

Concludo con una poesia particolarmente toccante che da il senso delle sofferenze che l’odio incarnato nel razzismo ha generato.

di Joyce Lussu

 

Un paio di scarpette rosse

C’è un paio di scarpette rosse

numero ventiquattro

quasi nuove:

sulla suola interna si vede ancora la marca di fabbrica

‘Schulze Monaco’.

C’è un paio di scarpette rosse

in cima un mucchio

di scarpette infantili

a Buchenwald.

Più in là c’è un mucchio di riccioli biondi

di ciocche nere e castane

a Buchenwald.

Servivano a far coperte per i soldati.

Non si sprecava nulla

e i bimbi li spogliavano e li radevano

prima di spingerli nelle camere a gas.

C’è un paio di scarpette rosse

di scarpette rosse per la domenica

a Buchenwald.

erano di un bambino di tre anni,

forse di tre anni e mezzo.

Chissà di che colore erano gli occhi

bruciati nei forni

ma il suo pianto

lo possiamo immaginare

si sa come piangono i bambini

anche i suoi piedini

li possiamo immaginare.

Scarpa numero ventiquattro

per l’eternità

perché i piedi dei bambini morti

non crescono.

C’è un paio di scarpette rosse

a Buchenwald

quasi nuove

perché i piedini dei bambini morti

non consumano le suole…

 

 

 

 

 

Il Presidente

Gianni Zambon